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Il terrazzino dei gerani timidi di Anna Marchesini

By Karl, May 14, 2016

Fin dalle prime pagine sono rimasto letteralmente incantato dal modo poetico di descrivere i gerani di Anna Marchesini e ammetto che pensavo di leggere uno stile completamente diverso. Pensavo di trovare frasi brevi e una scrittura ironica e leggera. Ho ricordi di Anna Marchesini che fa morire dal ridere in televisione e pensavo di trovarla così anche come scrittrice. Ma mi sbagliavo di grosso la scrittura è ricercata, poetica, quasi d’altri tempi, con lunghe descrizioni zeppe di aggettivi di cui, ammetto, sono dovuto troppo spesso andare a cercare il significato. Vi è inoltre un largo uso di metafore e molti concetti ripetuti tante volte, anche se in modi diversi, le frasi devono essere lette molto spesso più di una volta per coglierne il senso.               La narratrice e protagonista di questa storia è una bambina, quindi ancor più questa scrittura ricercata ci sembra  molto strana, non proprio adatta. Quali pensieri profondi escono dalla mente di questa bambina! Trova il modo di parlare degli argomenti più svariati.
L’occhio della bambina è  molto attento e curioso, osserva la gente e i loro dolori.

Anna Marchesini ripercorre i giorni della propria infanzia in questo libro emotivamente densissimo, tutto introspettivo, stilisticamente ricchissimo. Peccato non sia un romanzo recitato: pare sentirla raccontare, la Marchesini attrice, nelle pagine de Il terrazzino dei gerani timidi. Ma poiché pur sempre di un libro scritto si tratta, la fatica di leggere si riversa dunque sul lettore. Lo stile è forse troppo denso ,l’accumulazione di variazioni sul tema che caratterizzano la scrittura della Marchesini fanno un poco inciampare chi legge.
E il contenuto del romanzo non sempre riesce a far dimenticare questa fatica. I ricordi sono quelli di un’infanzia di solitudine, tutti offuscati da una patina sottile ma opprimente di tristezza: le suore nella loro intransigente meschinità, la mamma sempre stanca imprigionata nella depressione, le visite all’ospedale per portare conforto agli ammalati; le preghiere e i fioretti, le penitenze e il senso di
colpa che precedono la Prima Comunione di Anna. Il romanzo comincia e finisce sul terrazzino (dove fanno triste mostra di sé i gerani timidi, scoloriti e radi) che è luogo dell’anima e delle rivelazioni. Sul terrazzino regna il silenzio dentro il quale Anna bambina trascorre ore a osservare la via e a fantasticare. Sullo stesso terrazzino, oltrepassata la linea d’ombra che separa l’infanzia dall’adolescenza, Anna si rifugia a leggere, circondata di volumi impilati uno sull’altro. Non accade molto: la prova del vestito e dell’acconciatura per la Prima Comunione, il momento temutissimo della confessione con il vescovo, l’esilarante episodio della visita alle tre sorelle, tutte zitelle, del parroco. Poi, nell’ultimo, bellissimo, capitolo Anna descrive la sua prima volta in teatro, per assistere a una rappresentazione de L’uomo dal fiore in bocca. Folgorata, dominata dal senso vago e terribile della possibilità della felicità, Anna racconta la propria commozione davanti alla potenza della parola nel muovere passioni. E giù giù lungo le emozioni, i timori, le paure e gli slanci, fino al desiderio che chiude il romanzo: scrivere un libro, da grande, che racchiuda il silenzio e la sofferta solitudine che hanno accompagnato Anna bambina fino alle porte dell’adolescenza.                                                                         In questo romanzo  ho apprezzato il tentativo di usare una scrittura ricercata che al giorno d’oggi è sempre più difficile trovare, ma sono presenti veramente troppo pessimismo, sofferenza e timore. Una bambina dovrebbe sapersi godere l’infanzia e avere pensieri più felici. È un libro troppo lontano dall’esperienza di noi giovani d’oggi.